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Pirelli Hangar Bicocca presenta "Luciano Fabro. Abitare lo spazio"

Immagine del redattore: Redazione
Redazione
5 giorni fa
Tempo di lettura: 11 min

8 ottobre 2026 – 21 febbraio 2027


 

Dall’8 ottobre 2026 al 21 febbraio 2027, Pirelli HangarBicocca presenta Abitare lo spazio, la prima retrospettiva museale in Italia dedicata a Luciano Fabro dopo la sua scomparsa. La mostra mette in luce la straordinaria attualità della sua ricerca, evidenziando la raffinatezza intellettuale, la libertà sperimentale e la sensibilità percettiva che hanno contraddistinto il suo lavoro. Attraverso un percorso che abbraccia l’intera carriera dell’artista, l’esposizione approfondisce il concetto di “Habitat”, elemento centrale dell’indagine di Fabro sulla percezione e sullo spazio, invitando il pubblico a vivere un’esperienza immersiva nel mondo delle sensazioni e ai limiti del percepibile.


 

Luciano Fabro Allestimento teatrale
Luciano Fabro Allestimento teatrale, 1967-75 Foto © Giorgio Colombo, Milan

Figura centrale dell’arte italiana del dopoguerra, Luciano Fabro (Torino, 1936 – Milano, 2007) è stato uno dei principali esponenti dell’Arte Povera, pur mantenendo sempre un approccio alla ricerca artistica fortemente individuale e indipendente. Fin dagli esordi, ha sviluppato una personale indagine sul concetto di abitare lo spazio — inteso come campo dinamico di azione — esplorando al contempo la visione, l’esperienza e il rapporto tra lo spettatore, l’opera e l’ambiente circostante.

Confrontandosi inevitabilmente con gli Ambienti Spaziali di Lucio Fontana (1899–1968) e con le ricerche concettuali sviluppate da Piero Manzoni (1933–1963), Fabro ha concentrato la propria pratica in particolare sul linguaggio della scultura, considerata uno strumento essenziale per leggere e interpretare le forme dell’esperienza. In questo modo, ha ridefinito radicalmente il rapporto tra l’elemento scultoreo e lo spazio che lo circonda.

Fabro ha sperimentato le potenzialità espressive di un’ampia varietà di materiali, da quelli tradizionali come marmo, vetro e bronzo a materiali meno convenzionali, tra cui seta e piombo, scelti per le loro qualità sensoriali ed evocative. Influenzate da un rinnovato interesse per la sensibilità barocca, le sue opere impiegano superfici riflettenti, vetri e specchi per frammentare e moltiplicare lo spazio circostante, accentuando i contrasti e indagando il rapporto tra presenza e assenza, visibile e invisibile.

All’incrocio tra scultura, pittura e architettura, Fabro ha sviluppato processi capaci di mettere in evidenza la contaminazione tra queste discipline, utilizzando forme apparentemente semplici per generare significati complessi. Definendo la pittura come “visione” e la scultura come “rivelazione”, l’artista ha dato vita a un corpus di opere aperto e stratificato, nel quale materiali e linguaggi si intrecciano in una ricerca al tempo stesso riflessiva e sensuale, rigorosa e dinamica.

 

Luciano Fabro Tubo da mettere tra i fiori, 1963 Veduta dell’installazione
Luciano Fabro, Tubo da mettere tra i fiori, 1963. Installation view, “Luciano Fabro”, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Turin, 1989. Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Turin. Photo © Giorgio Colombo, Milan.

Figura centrale dell’arte italiana del dopoguerra, Luciano Fabro (Torino, 1936 – Milano, 2007) è stato uno dei principali esponenti dell’Arte Povera, pur mantenendo sempre un’attitudine alla ricerca fortemente individuale e indipendente. Fin dagli esordi ha sviluppato una personale indagine sul concetto di abitare lo spazio — inteso come campo dinamico di azione — esplorando al contempo la visione, l’esperienza e il rapporto tra lo spettatore, l’opera e l’ambiente circostante.

In un confronto inevitabile con gli Ambienti Spaziali di Lucio Fontana (1899–1968) e con le ricerche concettuali di Piero Manzoni (1933–1963), Fabro ha rivolto particolare attenzione al linguaggio della scultura, considerata uno strumento essenziale per leggere e interpretare le forme dell’esperienza. La sua ricerca ha così ridefinito radicalmente il rapporto tra l’elemento scultoreo e lo spazio che lo accoglie.

Fabro ha sperimentato le potenzialità espressive di un’ampia varietà di materiali, da quelli tradizionali come marmo, vetro e bronzo a materiali meno convenzionali, tra cui seta e piombo, scelti per le loro qualità sensoriali ed evocative. Attraverso superfici riflettenti, vetri e specchi, e con un rinnovato interesse per la sensibilità barocca, le sue opere frammentano e moltiplicano lo spazio circostante, accentuando i contrasti e indagando il rapporto tra presenza e assenza, visibile e invisibile.

All’incrocio tra scultura, pittura e architettura, Fabro ha sviluppato una ricerca fondata sul continuo dialogo tra queste discipline, impiegando forme apparentemente semplici capaci di generare significati complessi. Definendo la pittura come “visione” e la scultura come “rivelazione”, l’artista ha dato vita a un corpus di opere aperto e stratificato, nel quale materiali e linguaggi si intrecciano in una ricerca al tempo stesso riflessiva e sensuale, rigorosa e dinamica.


Luciano Fabro Io rappresento l’ingombro dell’oggetto nella vanità dell’ideologia. Lo Spirato, 1968-73 Veduta dell’installazione
Luciano Fabro, Io rappresento l’ingombro dell’oggetto nella vanità dell’ideologia. Lo Spirato, 1968–73. Installation view, “YTALIA. Energia Pensiero Bellezza. Tutto è connesso”, Cappella Pazzi, Florence, 2017. Courtesy Archivio Luciano e Carla Fabro. Photo Silvia Fabro.

 

“Abitare lo spazio” è il titolo della prima retrospettiva museale in Italia dedicata a Luciano Fabro dopo la sua scomparsa nel 2007. Curata per Pirelli HangarBicocca da Fiammetta Griccioli, Roberta Tenconi e Vicente Todolí, in collaborazione con Silvia Fabro (Archivio Luciano e Carla Fabro), la mostra riunisce circa cinquanta tra le sculture e le installazioni più significative realizzate dall’artista nel corso della sua carriera.

La mostra approfondisce l’approccio concettuale e formale di Fabro allo spazio, esplorando le modalità attraverso cui questo entra in dialogo con la percezione di chi lo abita. Particolare attenzione è dedicata alla ricerca percettiva e spaziale avviata dall’artista negli anni Sessanta, ripercorrendone lo sviluppo dai primi esperimenti con superfici specchianti fino ai cinque decenni successivi, per giungere a strutture architettoniche e spaziali sempre più complesse, spesso realizzate in carta, che l’artista definiva “habitat”: ambienti ideali — autonomi o integrati negli spazi esistenti — concepiti per accogliere e attivare le sue opere.

Il concetto di habitat attraversa la ricerca di Fabro fin dagli anni Sessanta, sebbene l’artista abbia iniziato a utilizzare questo termine soltanto negli anni Ottanta. L’habitat di Fabro unisce una dimensione materiale e artigianale a una riflessione teorica e filosofica.

La nozione rimanda a una duplice origine etimologica: il verbo habito, che indica l’abitare un determinato luogo, e il sostantivo habitus, riferito all’aspetto esteriore, alla forma del corpo o all’abbigliamento. In questa prospettiva, l’habitat diventa uno spazio da attraversare e abitare, ma anche un dispositivo capace di orientare la percezione e generare relazioni.


Mettendo in relazione scultura, architettura e pittura, Fabro crea percorsi, prospettive ed elementi architettonici che trasformano la percezione dello spazio. Concepiti come interventi all’interno di spazi espositivi preesistenti oppure come ambienti autonomi, gli habitat superano la neutralità del white cube attraverso l’impiego della luce e di materiali effimeri come la carta, definendo nuove configurazioni spaziali e accogliendo al proprio interno altre opere dell’artista.

Per molti aspetti, questi ambienti evocano il carattere accogliente delle piazze barocche e, allo stesso tempo, si confrontano con le sperimentazioni radicali e relazionali sull’urbanistica sviluppate tra gli anni Sessanta e Settanta. L’opera, dunque, non viene semplicemente osservata, ma vissuta e abitata all’interno di un sistema dinamico nel quale spazio, corpo e percezione si influenzano continuamente.


Fabro definiva l’habitat come un topos: un luogo costruito capace di generare logos — e quindi significato, relazioni e comunità. Come spiegava l’artista: «È quindi chiaro che le installazioni non mi interessano: creano una costruzione fittizia all’interno di una situazione fittizia. L’Habitat, invece, non è fittizio. È interamente reale: la luce è reale, una parete è una parete. Non è mimesi; appartiene a una situazione nella quale si è presenti, presuppone che ci sia qualcuno. Altrimenti, non è un Habitat».

La mostra di Pirelli HangarBicocca alterna singole opere ad ambienti di grandi dimensioni che riuniscono più lavori concepiti come elementi di un unico dispositivo spaziale, insieme a diversi habitat ricostruiti nelle Navate dopo la scomparsa dell’artista sulla base dei suoi progetti e delle sue indicazioni originali.


Luciano Fabro Allestimento teatrale (Cubo di specchi), 1967-75 Veduta dell’installazione,
Luciano Fabro, Allestimento teatrale (Cubo di specchi), 1967–75. Installation view, “Habitat”, Centre Pompidou, Paris, 1997. Courtesy RMN-Grand Palais / Adam Rzepka / Dist. Photo SCALA, Florence.

 

La mostra si apre con La Dialettica (1985), realizzata per la Biennale di Parigi dello stesso anno e presentata secondo l’allestimento originale concepito dall’artista per la Grande Halle de la Villette. L’opera è costituita da un frammento di marmo segnato da striature verticali, sulla cui superficie frontale levigata sono incisi un occhio e una bocca. Da un foro che attraversa il marmo si innalzano due cavi che sostengono una trama di catene in ottone, protesa verso l’alto fino a raggiungere il punto più elevato dello spazio industriale.

Il titolo rimanda al dipinto Dialettica (o Industria) (1575–77) di Paolo Caliari, detto il Veronese (1528–1588), un olio su tela collocato sul soffitto della Sala del Collegio di Palazzo Ducale a Venezia, che Fabro reinterpreta concettualmente attraverso il marmo e la fragile struttura in ottone.

La prima sezione della mostra sviluppa il concetto di spazio personale, parte dell’indagine avviata da Fabro negli anni Sessanta. Emblematica di questa ricerca è In cubo (1966), una struttura in legno rivestita su cinque lati da tela bianca, che il visitatore deve sollevare per entrare in uno spazio delimitato, rimanendo al tempo stesso percettivamente in relazione con l’esterno attraverso la luce che filtra dal tessuto.

Concepita come uno spazio personale, l’opera trasforma il corpo del visitatore in parte integrante della sua configurazione. La prima versione era calibrata sulle misure dello stesso Fabro: le dimensioni corrispondevano alla sua altezza e all’ampiezza delle braccia distese, sottolineando l’assenza di una netta distinzione tra soggetto e oggetto e la continuità tra “esterno” e “interno”. Fabro realizzò successivamente una versione “per Carla”, riferendosi alla critica d’arte Carla Lonzi, particolarmente vicina all’artista. A Pirelli HangarBicocca saranno presentate cinque versioni dell’opera di dimensioni differenti, permettendo ai visitatori di individuare quella più adatta alla propria altezza.


Luciano Fabro Coreografia, 1975 Veduta dell’installazione
Luciano Fabro, Coreografia, 1975. Installation view, “Letture parallele III. Coreografie”, Galleria Christian Stein, Turin, 1975. Courtesy Galleria Christian Stein, Turin. Photo Mario Sarotto.

Proseguendo lungo il percorso espositivo si incontra Io rappresento l’ingombro dell’oggetto nella vanità dell’ideologia (Lo Spirato) (1968–73), un letto in marmo e una delle opere più iconiche di Fabro. La raffinatezza con cui è resa la drappeggiatura richiama la tradizione della scultura barocca. Confrontandosi con la storia dell’arte da una prospettiva contemporanea, Fabro rende visibile la presenza attraverso l’assenza.

Il corpo sotto il lenzuolo non c’è più, ma la memoria del suo volume e del suo peso rimane impressa nel tessuto e sul cuscino. L’artista coglie il momento in cui il corpo si è già sottratto e il lenzuolo torna gradualmente ad adagiarsi sul materasso, sollecitando al tempo stesso la memoria e l’immaginazione. Come spiegava lo stesso Fabro, il soggetto de Lo Spirato è il lenzuolo: «Non è un tema narrativo, ma una proposizione: ciò che sta tra il pieno e il vuoto, non un soggetto preesistente, né reale né irreale, né narrato».


Al centro delle Navate sarà presentato Habitat di Rotterdam (1981), concepito da Luciano Fabro per la sua retrospettiva al Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam nel 1981. Lo spazio viene ricostruito nel rispetto della configurazione originaria, mantenendone le dimensioni e la suddivisione in cinque corridoi delimitati da pareti rivestite di carta.

Al suo interno sono esposte circa venti opere, tra cui alcune delle celebri Italie, dando vita a una sorta di retrospettiva nella retrospettiva. L’articolazione dello spazio e la disposizione delle opere — collocate sulle pareti divisorie e negli intervalli tra di esse — derivano da una composizione geometrica dinamica, basata su una serie di cerchi che si sviluppano a partire da un punto di fuga e si rapportano alle dimensioni del museo di Rotterdam.

Le tracce di questa composizione, idealmente proiettata oltre l’edificio stesso, riemergono sul pavimento sotto forma di linee bianche che ne rendono visibile il percorso, spingendo l’immaginazione oltre i limiti fisici dello spazio. Attraverso pareti e strutture di carta, Fabro crea un ambiente fatto di scorci, aperture e percorsi da attraversare, invitando il visitatore a scoprire nuove relazioni tra materia, spazio e percezione. Come lo stesso artista lo descriveva, è «un luogo-topos... il luogo dove i sensi vengono eccitati».


Luciano Fabro La luna, 1995-97 Veduta dell’installazione
Luciano Fabro, La luna, 1995–97. Installation view, “Luciano Fabro”, Tate, London, 1997. Courtesy Tate Gallery Photographic Department. Photo Marcus Leith.

Il percorso espositivo prosegue con alcune opere legate alle riflessioni cosmologiche di Fabro e alla sua indagine sullo spazio metafisico, tra cui Il Sole (1995–97) e La Luna (1995–97). La prima è composta da una sequenza ritmica di elementi in marmo incisi con un motivo solare a raggiera e disposti orizzontalmente, a evocare una colonna dorica. La Luna, al contrario, è una scultura cilindrica verticale, scolpita nel marmo scuro Portoro.

Attraverso riferimenti architettonici e mitologici, Fabro attribuisce alle proprie opere la capacità di trasmettere conoscenza e costruire nel tempo una memoria culturale. Nella stessa sezione sarà presentata anche una delle ultime opere dell’artista, finora inedita, Eclissi di cielo (2006).

Presentate insieme, le tre opere richiamano alcuni temi centrali nella pratica di Fabro, tra cui la sperimentazione sul volume, sulla linea e sulla tensione spaziale, insieme a un’indagine sulle dualità attraverso sistemi di opposti: luce e oscurità, bianco e nero, leggerezza e peso, mutamento e radicamento, orizzontalità e verticalità, apertura e chiusura, frammento e totalità.


Infine, il Cubo ospiterà È la vita, è la storia, è la morale (1995), presentata alla Biennale di Venezia nel 1997. L’opera è una grande struttura sospesa, alta cinque metri e articolata su tre livelli corrispondenti ai concetti evocati dal titolo, che Fabro concepiva come strettamente interdipendenti.

Il livello superiore, dedicato alla morale, è costituito da una stampa su acetato sospesa a un filo di seta e richiama l’immagine del cielo stellato evocata da Immanuel Kant (1724–1804). Al centro si trova la storia, composta da un tessuto che riproduce il negativo dei fogli collocati nello strato inferiore, dedicato alla vita. Quest’ultimo deriva da un diagramma presente nel romanzo di Laurence Sterne (1713–1768), La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo (1759), che Fabro assume come rappresentazione dell’esistenza: un percorso non lineare, segnato da continue interruzioni e deviazioni.

 

Luciano Fabro Vetro di Murano e shantung di seta pura (Piedi)
Luciano Fabro, Vetro di Murano e shantung di seta pura (Piedi), 1968–71. Installation view, 36th Venice Biennale, 1972. Photo Luciano Fabro. © Archivio Luciano e Carla Fabro.

L’artista

Tra le numerose mostre personali dedicate a Luciano Fabro si ricordano: Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid (2014); Kunstmuseum Winterthur e GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Bergamo (2013); Madre – Museo d’Arte Contemporanea Donnaregina, Napoli (2007, 2004); Musée Bourdelle, Parigi (2004); Tate Gallery, Londra (1997); Centro de Arte Hélio Oiticica, Rio de Janeiro (1997); Centre Pompidou, Parigi (1996); Portikus, Francoforte (1996); San Francisco Museum of Modern Art (1992); Kunstmuseum Luzern, Lucerna (1991); Fundació Joan Miró, Barcellona (1990); Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli, e Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino (1989); Palais des Beaux-Arts, Bruxelles (1988); Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris (1987); Neue Galerie – Sammlung Ludwig, Aquisgrana, Germania (1983); Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam (1981); PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano (1980).

Il suo lavoro è stato inoltre presentato in importanti biennali e manifestazioni internazionali, tra cui la Biennale di Sydney (2018, 1988); la Quadriennale d’arte di Roma (2008, 1973); la Biennale di Venezia (1997, 1993, 1986, 1984, 1980, 1978, 1975, 1972); la Bienal de São Paulo (1996, 1975); documenta, Kassel (1992, 1982, 1972); la Biennale de Paris (1985, 1971); e la Biennale di Tokyo (1970).

Luciano Fabro ha ricevuto numerosi e prestigiosi premi e riconoscimenti, tra cui il titolo di Accademico d’Onore, Firenze (2004); il Coutts Contemporary Art Award, Zurigo (1994); il Premio Antonio Feltrinelli, Roma (1993); il Sikkens Prize, Rotterdam (1987); e l’Art Prize, Aquisgrana (1983).


Catalogo

Pubblicato in occasione della retrospettiva, il catalogo offre un’ampia analisi della pratica artistica di Luciano Fabro attraverso una serie di saggi dedicati a momenti, opere e temi fondamentali della sua ricerca: dal 1968, anno cruciale che segna una svolta nel suo percorso, al dialogo con il Barocco e le sue diverse declinazioni; dalle rappresentazioni della figura femminile alla dimensione cosmologica del suo lavoro, fino agli approfondimenti su opere e progetti emblematici come Allestimento teatrale. Cubo di specchi e l’Habitat realizzato a Rotterdam in occasione della retrospettiva del 1981 al Museum Boijmans Van Beuningen.

Commissionati appositamente per la pubblicazione, i saggi sono firmati da storici dell’arte, curatori e studiosi internazionali, tra cui Stefano Chiodi, Catherine Grenier, Sharon Hecker, Frances Morris, Iolanda Ratti, Margit Rowell, Francesco Stocchi e Andrea Viliani.

La pubblicazione comprende inoltre la rilettura e contestualizzazione, a cura di Martin Schwander, della sua intervista a Fabro del 1991; la conversazione del 1983 tra l’artista e Bruno Corà — testo fondamentale per la definizione e la teorizzazione del concetto di Habitat — e un ampio saggio di Rudi Fuchs dedicato alla pratica scultorea nello spazio pubblico.

La monografia è ulteriormente arricchita da una cronologia che ripercorre l’evoluzione del lavoro di Fabro fin dagli esordi, accompagnata da una selezione di immagini d’archivio inedite a cura di Teodora di Robilant e Silvia Fabro, autrice anche delle schede di approfondimento dedicate alle opere presenti in mostra.

Il volume si conclude con un’introduzione al progetto di Vicente Todolí e un saggio di Fiammetta Griccioli e Roberta Tenconi, dedicato all’evoluzione della ricerca spaziale di Fabro e allo sviluppo del concetto di Habitat. Un’ampia documentazione fotografica dell’allestimento a Pirelli HangarBicocca, insieme a una ricca selezione di materiali storici e visivi, completa la pubblicazione.


Informazioni

Abitare lo spazio 8 ottobre 2026 Pirelli HangarBicocca



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