Radenko Milak. Proximity: alla Fondazione D’ARC di Roma la prima mostra personale italiana dell'artista bosniaco

Fino al 31 gennaio 2027, la Fondazione D’ARC di Roma presenta Proximity, la prima mostra personale in Italia di Radenko Milak, rappresentante della Bosnia ed Erzegovina alla 57ª Biennale di Venezia nel 2017 e vincitore del Premio Combat 2012 nella sezione Grafica. Curata da Giuliana Benassi, l'esposizione esplora il rapporto tra immagini, storia e memoria collettiva, attraversando il cinema, la cultura popolare e l'immaginario visivo della capitale.

La mostra, inaugurata lo scorso 18 ottobre, nasce dal periodo di residenza che l’artista ha trascorso a Roma nella primavera del 2026, durante il quale ha sviluppato un’indagine iconografica dedicata alla città e alle immagini che ne hanno plasmato l’identità culturale. Un percorso che si inserisce nella sua più ampia ricerca artistica, incentrata sul rapporto tra rappresentazione, storia e memoria collettiva. Attraversando strade, architetture e luoghi simbolici, Milak ha raccolto riferimenti visivi provenienti dalla storia del cinema, dalla musica, dalla comunicazione di massa e dall'iconografia popolare, soffermandosi anche sulle stampe di consumo e sui souvenir romani. Un percorso che ha coinvolto anche Cinecittà, luogo emblematico di quella tradizione cinematografica che ha contribuito a definire l'immaginario della capitale nel mondo.

In Proximity, queste immagini convivono senza seguire una successione cronologica o una gerarchia prestabilita. Fotogrammi, fotografie d'archivio, riferimenti alla cultura pop e frammenti della storia urbana vengono accostati per generare nuove associazioni e possibilità narrative. È proprio la prossimità tra immagini apparentemente distanti a costituire il principio attorno al quale si sviluppa l'esposizione, dando forma a un archivio visivo in cui passato e presente si sovrappongono.

Al centro della pratica artistica di Milak si trova la pittura, e in particolare l'acquerello in bianco e nero, linguaggio distintivo attraverso il quale l'artista rielabora immagini preesistenti, sottraendole alla loro funzione documentaria. La perdita del colore introduce una distanza temporale e percettiva, trasformando fotografie e fotogrammi in immagini sospese tra testimonianza storica e memoria collettiva. Il riferimento al cinema emerge così non soltanto nei soggetti rappresentati, ma anche nella costruzione del percorso espositivo, dove le opere si susseguono e si richiamano come sequenze di un montaggio cinematografico.
Tra le opere centrali della mostra figura Umbra ante memoriam, un monumentale trittico-architettura ispirato alla struttura tripartita della Divina Commedia di Dante Alighieri. Inferno, Purgatorio e Paradiso vengono reinterpretati attraverso una successione di immagini che attraversano epoche e riferimenti culturali differenti, senza seguire un percorso narrativo lineare. Le aperture della struttura diventano altrettante inquadrature attraverso cui emergono figure della storia dell'arte, del cinema e dell'immaginario collettivo, come apparizioni sospese tra passato e presente. Alcuni dettagli dell'opera vengono ripresi anche nel grande intervento realizzato sulla vetrata monumentale della Fondazione D’ARC, attraverso una vetrofania che trasforma la superficie architettonica in un'immagine attraversata dalla luce. L'illuminazione naturale e quella artificiale modificano la percezione delle figure nel corso della giornata, ampliando la ricerca pittorica dell'artista alla dimensione architettonica e scenografica dello spazio.

A completare il percorso espositivo è Cabinet, una grande composizione di acquerelli che si sviluppa lungo le pareti della Sala M, riunendo scene iconiche del cinema italiano del secondo dopoguerra, riferimenti alla storia dell’arte e immagini della cultura popolare. Dal Laocoonte a Jannis Kounellis, dai personaggi di Federico Fellini a quelli di Paolo Sorrentino, l’immaginario di Milak attraversa epoche e linguaggi differenti, ricomponendoli in una sequenza visiva che richiama una pellicola cinematografica srotolata nello spazio. Le singole immagini, incorniciate da elementi architettonici come fotogrammi, dialogano attraverso accostamenti inattesi, dando origine a nuove connessioni narrative. È in questo continuo gioco di rimandi che si chiarisce il significato del titolo Proximity: una prossimità che non riguarda soltanto la vicinanza fisica delle opere, ma anche le relazioni che si instaurano tra immagini appartenenti a tempi, contesti e immaginari lontani.

La mostra si inserisce nel percorso internazionale di Radenko Milak, formatosi all’Accademia delle Arti di Banja Luka e alla Facoltà di Belle Arti di Belgrado, la cui ricerca attraversa pittura, acquerello, disegno e cinema d’animazione. Tra le prime tappe del suo percorso in Italia figura il Premio Combat 2012, dove si aggiudica il riconoscimento nella sezione Grafica. Già allora, la giuria aveva individuato nella sua opera una ricerca di particolare attualità, profondamente legata alla storia e al contesto sociale del territorio in cui viveva, riconoscendone al tempo stesso la qualità tecnica. Un riconoscimento che, a distanza di quattordici anni, assume un significato particolare alla luce della successiva affermazione internazionale dell’artista, culminata nel 2017 con la partecipazione alla 57ª Biennale di Venezia, dove ha rappresentato la Bosnia ed Erzegovina con il progetto University of Disaster.
Con Proximity, la prima personale italiana, Milak aggiunge un nuovo capitolo a questo percorso, confermando la continuità di una ricerca che, pur ampliandosi nei linguaggi e nei riferimenti culturali, mantiene al centro il rapporto tra immagini, storia e memoria collettiva. Roma diventa così un archivio stratificato di rappresentazioni e immaginari, nel quale cinema, cultura popolare, storia dell’arte e letteratura si incontrano, dando vita a nuove associazioni e interrogando la capacità delle immagini di attraversare il tempo, trasformarsi e acquisire significati sempre diversi.



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