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La nuova stagione della pittura: intervista a Marco Paleari, vincitore del Premio Combat 2026

Immagine del redattore: Lucrezia Caliani
Lucrezia Caliani
4 giorni fa
Tempo di lettura: 6 min

Tra il ritorno alla figurazione e il dialogo con la storia dell’arte, una riflessione con Marco Paleari sulla rinnovata centralità della pittura contemporanea.


Marco Paleari, Torero spiaggiato (Best life!), 2026 - opera vincitrice del Premio Combat 2026
Marco Paleari, Torero spiaggiato (Best life!), 2026 - opera vincitrice del Premio Combat 2026 © Marco Paleari. Courtesy of the artist

La XVII edizione del Premio Combat si è conclusa nel segno della pittura, con la vittoria di Marco Paleari e della sua opera Torero spiaggiato (Best life!). Un risultato che si inserisce in una più ampia stagione di rinascita del linguaggio pittorico, protagonista negli ultimi anni di un rinnovato interesse nel panorama dell’arte contemporanea, soprattutto attraverso le ricerche delle nuove generazioni. La scelta del vincitore assume un significato particolare considerando la natura trasversale del Premio, che dal 4 luglio al 2 agosto ha riunito al Museo della Città di Livorno 80 opere finaliste nelle cinque sezioni di Pittura, Grafica/Disegno, Fotografia, Scultura/Installazione e Video-Performance. In questo contesto di confronto tra linguaggi e pratiche differenti, la giuria, composta da Francesca Baboni, Lorenzo Balbi, Andrea Bruciati, Davide Ferri, Ilaria Gianni, Ángel Moya García e Stefano Taddei, ha premiato una ricerca che testimonia la vitalità della pittura e la sua capacità di rinnovarsi attraverso il dialogo con la tradizione e le sensibilità del presente.

Infatti, la rinnovata centralità di questo medium attualmente non si traduce semplicemente in un ritorno alla tradizione, ma si manifesta attraverso una pluralità di ricerche che ne reinterpretano tecniche, riferimenti e possibilità narrative. Il recupero della figurazione e il dialogo con la storia dell’arte diventano strumenti per affrontare questioni legate all’identità, alla memoria e alle inquietudini del presente, delineando una stagione nella quale il medium pittorico continua a trasformarsi e a ridefinire il proprio ruolo.


È in questo scenario che si colloca la ricerca di Paleari, capace di intrecciare riferimenti alla tradizione artistica occidentale, esperienza individuale e una sottile dimensione ironica. Un approccio che guarda al passato senza limitarsi alla citazione, trasformando immagini e modelli della storia dell’arte in nuove possibilità di interpretazione della contemporaneità proprio come nell’opera vincitrice del Premio, che riprende il Torero morto di Édouard Manet del 1864, ma sottraendo la figura allo spazio scuro e angusto dell’originale per trasferirla in un ambiente luminoso, solare, quasi marittimo.


Dipinto di Marco Paleari, artista contemporaneo italiano, tra figurazione e riferimenti alla storia dell'arte - battaglia di anghiari
Marco Paleari, Sogno di una battaglia di Anghiari con alcune cose a caso, 2025 © Marco Paleari. Courtesy of the artist


Nato a Desio nel 1998, Paleari vive e lavora a Milano. Il suo lavoro si muove tra disegno e pittura, guardando in particolare alla tradizione rinascimentale e manierista. Più che un repertorio da citare, per Paleari la storia dell’arte è un territorio da attraversare e trasformare. Grafite, autoritratto e costruzione della scena diventano, nella sua ricerca, strumenti per mettere in relazione passato e presente e, allo stesso tempo, interrogare le possibilità della pittura contemporanea. Siamo partiti da qui per parlare con Marco Paleari del suo rapporto con i grandi maestri, del modo in cui immagini lontane nel tempo possono tornare a parlare del presente e dello stato della pittura nel panorama dell’arte contemporanea.


Marco, nei tuoi lavori emerge un chiaro rapporto con i soggetti, le composizioni e gli elementi iconografici più caratteristici della storia dell’arte e soprattutto della pittura occidentale, dal Rinascimento al tardo Ottocento. Cosa cerchi oggi dentro immagini che appartengono a epoche così lontane dalla nostra? E in che modo attualizzi questi riferimenti e li trasformi in immagini capaci di dialogare con il presente?

Cerco il meglio che ho visto. Ricordo che in Accademia una delle prime domande che mi è stata posta nella classe di pittura era: «Di cosa ti vuoi occupare?». E io mi risposi, in estrema sintesi: «Della storia dell’arte». L’incontro, prima attraverso le immagini e poi, man mano, dal vero, con le opere di Pontormo, Rosso Fiorentino, Tiziano, Mantegna, Bellini e, successivamente, di pittori come El Greco, Goya e soprattutto Manet, è stato il momento che mi ha fatto banalmente pensare che volessi anch’io fare questo mestiere. Il passaggio successivo è stato, di conseguenza, prima copiarli e poi inserirci i miei autoritratti, sostituendo alcuni elementi visivi di quei quadri con rappresentazioni di oggetti e questioni della mia quotidianità. Immediatamente mi sembravano già appartenere al mio tempo, ma anche al loro. E per me questo era già qualcosa di significativo.


Marco Paleari, (Pigri) soltanto al calare di un'epoca la vita può mostrarsi così delicatamente,
Marco Paleari, (Pigri) soltanto al calare di un'epoca la vita può mostrarsi così delicatamente, 2024 © Marco Paleari. Courtesy of the artist

Il disegno e soprattutto la grafite nelle tue creazioni non sono semplici elementi preparatori destinati a scomparire sotto le campiture di colore, ma sembrano mantenere una propria autonomia. Che ruolo assumono all’interno della costruzione dell’opera?

Mi sono sempre considerato un disegnatore, anche se raramente mi definisco così quando qualcuno mi chiede cosa faccio, perché il termine può facilmente essere associato al lavoro del grafico o del fumettista, mentre la mia pratica si muove in una direzione diversa. La matita è comunque lo strumento a me più congeniale; nella maggior parte dei casi lascio che il segno della grafite permanga fino alla fine della realizzazione del quadro, perché non esiste niente di preparatorio e nulla di definitivo nei miei lavori. Ogni momento costruisce quello seguente come una concatenazione di domande e risposte. Anzi, spesso i segni dei vari tipi di grafite emergono come protagonisti.

Inoltre, non mi interessa molto l’idea di un quadro dove la pittura si fa all over sulla sua superficie; mi affascina di più intenderlo come un frame di uno spazio di creazione più grande, dove anche il vuoto ha valore. Infine, a livello materico, lo “scontro” tra pittura e disegno genera quasi sempre delle soluzioni formali sorprendenti ai miei occhi.


L’autoritratto ricorre frequentemente nei tuoi lavori, anche quando la tua presenza non è immediatamente riconoscibile. Quale ruolo assume questa dimensione autorappresentativa nella tua ricerca? Possiamo leggere queste presenze come una forma di indagine sull’identità, in cui il tuo “io” si moltiplica, alla maniera di Luigi Ontani nei suoi tableaux vivants?

Credo che sia una questione legata, molto semplicemente, a una certa forma ossessiva che ho nell’osservazione del mio volto, che mi sembra sempre cambiare. Esistono per me due macrotipi di persone: quelle che si svegliano con un volto sempre uguale e quelle che, a ogni angolazione e nei vari momenti della giornata, hanno un volto che appare diverso. Io mi considero tra i secondi. Devo ammettere che fin dai primi lavori di questo genere trovavo affascinante l’idea di “riempire” ogni personaggio con me stesso e sostituirmi a loro. Come cantava Lou Reed, «I’ll be your mirror». Questo non accade sempre: talvolta i volti non sono i miei, ma nella maggior parte dei casi sì, anche perché, per ragioni meramente pratiche, sono l’unico modello sempre disponibile a me stesso.

Più che i lavori di Ontani, l’opera che ha fatto scattare in me il desiderio di questa autorappresentatività e composizione teatrale è stata La ricotta di Pasolini, nella scena in cui gli attori compongono dei tableaux vivants dei quadri del Pontormo e del Rosso Fiorentino. I primi due dipinti che ho realizzato sono stati infatti delle ricostruzioni delle due Deposizioni dei suddetti autori, in cui ho fatto mettere in posa degli amici davanti alla tela per poi ricalcare le loro sagome con un matitone sulla superficie del quadro. Il passo successivo, poi, come ho già detto, è stato abitarli con i miei autoritratti.

opera Marco paleari colori e grafite
Marco Paleari, I Rivoltosi, 2025 © Marco Paleari. Courtesy of the artist

Cosa ne pensi dello stato della pittura oggi nel panorama dell’arte contemporanea italiana e internazionale?

Penso che l’ossessione di fare qualcosa di unico, sia nei termini del “cosa fare” sia del “come fare”, stia un po’ desaturando e disperdendo le ragioni fondamentali della pittura, che a mio avviso è innanzitutto una testimonianza. Vedo la pittura come una questione preminentemente fisica e dunque, per ovvie ragioni, necessariamente personale in base al corpo che la realizza. Trovare soluzioni forzatamente individuali e riconoscibili finisce spesso per distrarre gli artisti dalle vere ragioni che attraversano il lavoro. Questo è quello che fondamentalmente penso dello stato attuale della pittura italiana e internazionale.

Sarebbe interessante vedere nascere e imporsi una nuova collettività di pittori astratti: chissà come imploderebbe la tendenza figurativa che impera soprattutto nel nostro Paese. Ma, per tornare alla pittura come testimonianza, in fondo non mi sorprende che oggi ci sia tutta questa attenzione nei confronti della figura umana, dato che le nuove generazioni sono attraversate da un forte sentimento escatologico e ci sentiamo come in procinto di scomparire. Vi sono comunque ottimi esempi da seguire e, specialmente in Italia, la scuola emergente è in buona forma, migliore di quanto si pensi.


Su cosa stai lavorando in questo momento? Ci sono nuove serie, mostre o progetti che possiamo anticipare?

In questo momento ho all’attivo un progetto espositivo studiato appositamente per gli spazi dell’ufficio PCM Studio di Paola Manfredi a Milano, per il quale ho realizzato anche dei lavori site specific che fuoriescono dallo spazio del quadro per comprendere anche l’uso di resine, cemento e videoinstallazioni. Per il resto preferisco non anticipare nulla, anche per scaramanzia.

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